Fame vera, appetito, o fame emotiva? - Dott.ssa Carolina Fallai
Alimentazione

Fame, appetito, sazietà

La fame, parola così odiata da tutti quelli che sono perennemente attenti alla linea, è sicuramente il primo nemico delle diete. Ma in realtà si sa ben poco su questo fattore. Grande nemica degli obesi e di tutti coloro che vogliono perdere peso, pochi sanno di cosa si tratta e come controllarla. Il problema con la sensazione di fame è la difficoltà a studiarla perché è soggettiva e molto variabile da una persona all’altra.

Nell’uomo la sensazione di fame si differenzia dall’appetito. L’appetito è la sensazione di voler mangiare qualcosa anche se si è pieni mentre la fame è la sensazione fisiologica che allerta il nostro organismo del bisogno di energia e nutrienti per  il suo funzionamento.

 Fame e appetito a volte sono usati come sinonimi ma sono due cose diverse:

la fame è naturale e corrisponde a una necessità fisiologica oggettiva dell’organismo

l’appetito è soggettivo e dipende da una scelta

In teoria la sensazione di fame e sazietà dovrebbero funzionare in equilibrio: la fame dovrebbe attivarsi quando il corpo ha bisogno di calorie e nutrienti e la sazietà dovrebbe attivarsi quando la necessità di energia è stata soddisfatta. In realtà nell’essere umano non è più così dato che questo equilibrio naturale è stato rotto con l’abitudine di mangiare anche senza fame.

Il fatto che l’equilibrio fame-sazietà è compromesso appare in maniera evidente nelle persone sovrappeso o obese e nelle persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare: in effetti, come è possibile che certe persone continuano a mangiare fino a scoppiare, come avviene nel disturbo da alimentazione incontrollata, oppure altre non riescono a mangiare pur gravemente malnutrite come nell’anoressia nervosa?

Quindi, se è vero che mangiamo quando abbiamo fame, non è solo la fame o la sazietà che guida le nostre scelte alimentari.

Fattori che alterano la corretta percezione del senso di fame-sazietà

Si è sempre ritenuto che la fame fosse un istinto innato, regolato da meccanismi fisiologici automatici, geneticamente determinati. Fino a qualche decina di anni fa si riteneva, pertanto, che il ruolo dell’ambiente e dell’apprendimento rispetto allo sviluppo di questa funzione fosse praticamente nullo. Tuttavia, il boom di disturbi del comportamento alimentare che si è verificato negli ultimi anni ha portato necessariamente a rivedere queste teorie: poichè alla base di queste patologie non è stato possibile verificare la presenza di alcun “danno” o compromissione del meccanismo fame-sazietà a livello del sistema nervoso centrale, si è compreso che questo equilibrio può essere alterato da meccanismi di origine psicologica ed emotiva.

Diverse ricerche in effetti hanno evidenziato che la funzione fame-sazietà, benché effettivamente innata, per poter pervenire ad una adeguata maturazione deve avvalersi dell’apprendimento. E’ l’apprendimento che consente al bambino, attraverso l’esperienza dei suoi bisogni fisiologici, di imparare a riconoscere il senso di fame/sazietà e successivamente di imparare a soddisfarli autonomamente.

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In questa abilità è fondamentale il ruolo della madre, che nei primi mesi ha la funzione di riconoscere i bisogni di nutrimento del bambino e di soddisfarli nel modo corretto.

Sono stati evidenziati dei comportamenti della madre che possono interferire negativamente con lo sviluppo della consapevolezza del senso di fame e di sazietà:

 – dare cibo prima che il bambino possa richiederlo: significa impedire al bambino stesso di poter fare esperienza dei suoi stati di necessità, di costruirne la consapevolezza e soprattutto impedirgli di formulare una richiesta come espressione della propria volontà;

- utilizzare il cibo come premio-punizione: spesso le mamme associano al cibo l’idea di ricompensa e gratificazione e lo utilizzano per ricompensare il bambino quando si comporta bene oppure lo negano per punire il bambino;

- La strumentalizzazione del cibo: spesso le madri tendono a dispensare cibo utilizzandolo per sedare qualsiasi tensione del loro bambino: se il figlio manifesta un disagio tendono a dargli del cibo “per calmarlo”.

Tutti questi comportamenti della madre, per quanto innocenti, condizionano fin dalla prima infanzia il rapporto del bambino con il cibo e minano la sua capacità di riconoscere la fame vera e di discriminare tra una semplice “voglia” o uno stato di carenza nutrizionale.

La tendenza oggi così diffusa a dispensare dolci, cioccolata o merendine come Panacea universale per tutti i malesseri del bambino costituisce un forte fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti alimentari disturbati o quanto meno predispone allo sviluppo dell’“emotional eating”: la tendenza, così detestata da tutte le persone che vorrebbero perdere peso ma non riescono, a ricercare il cibo non per fame reale ma per placare gli stati d’animo negativi come l’ansia, la rabbia o lo stress.

Per molte persone, soprattutto quelle abituate a stare a dieta, è infatti difficile riuscire a discriminare tra vere sensazioni di fame fisiologica o manifestazioni di “fame emotiva”.

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